“Dicono di me

Immersione nel colore

La personale di Enrica Maravalle nel Salone Riccadonna a Canelli dove l’astrattismo incontra il paesaggio e il sogno

Caratteristica più evidente della pittura di Maravalle è l’uso del colore. Intenso e dalle tonalità perlopiù calde quando sceglie le campiture piene, con qualche eccezione in cui l’intonazione generale si smorza e punta sui colori complementari e sceglie di abbassare la saturazione del colore. La scelta cromatica nei paesaggi e nelle nature morte è perlopiù coerente con la realtà, anche se si assiste a una trasposizione propria dell’universo onirico, per cui una lingua di mare può essere di un verde intenso completamente circondata da accese tonalità di rossi e gialli. Il discorso cambia per la figura umana, presente perlopiù in ritratti che mettono in evidenza il solo viso rivolgendosi a una tavolozza cara agli espressionisti, dove verde e blu scuri si scontrano con rossi e arancioni.

La scelta dei soggetti è spesso ispirata alla realtà, con alcuni omaggi a Canelli, simboleggiata con gli elementi caratterizzanti, l’uva e il castello Gancia, bottiglie e calici. Frequenti i paesaggi in cui appaiono alberi che richiamano alla memoria quelli di Mondrian, spogli, sofferti, dai rami contorti. Ci sono poi marine, paesi, ma anche interni o scene cittadine. Suggestive le composizioni con antichi balocchi, dai birilli alla trottola, dall’abaco al cavalluccio a dondolo («I giochi di Franz»).

La figura umana spesso è assente, ma quando compare è soprattutto femminile, con rare eccezioni: una scelta impegnata. E la figura femminile è presente nell’installazione «La ricerca della bellezza» in cui compaiono alcuni manichini da vetrina dipinti, rappresentando una graduale ricerca della completezza, che culmina nelle figure a destra di chi guarda, sia pure prive di braccia. Le quali peraltro, compaiono al centro per indicare un dipinto astratto.

Altra peculiarità di questi lavori è la scomposizione dello spazio cara ai futuristi, Balla e Depero in testa, talvolta meno presente e netta. Particolarmente evidente nel dinamismo di un dipinto come «Verso il sole». È la via all’astrattismo intrapresa da Enrica Maravalle, che ha iniziato il suo percorso artistico ispirandosi al cubismo, ancora presente in alcuni quadri come il ritratto «Zenaide». Ma non è totalizzante, perché in alcuni paesaggi abbandona qualsiasi considerazione di prospettiva implicita nella scomposizione, con le sue linee di fuga, come nei ritratti. La abbandona anche quando sceglie di rappresentare l’uva, insistendo sul ritmo impresso dalla circolarità ripetuta degli acini, come fossero note di una partitura. Spesso in questi dipinti aleggia un che di «fauve», dalla scelta dei colori al modo di risolvere le forme.

Si incontrano inoltre composizioni invece di carattere decisamente astratto in cui i perimetri di forme geometriche dai colori differenti vengono lasciati galleggiare sul fondo bianco della tela intatta. Forme geometriche semplici, come piramidi allungate o cilindri, o sfere, che già comparivano nei dipinti pieni, qui vengono come svuotati, lasciati come intelaiature. In alcuni casi la composizione è rigorosa, in altri appare più dominata dalla libertà del gesto, come seguisse un andamento legato a ritmi musicali («La musica della vita»). Il risultato è una visione evanescente, anche qui fortemente onirica.

CARLO FRANCESCO CONTI
(La Stampa- 16 maggio 2023)

Tutto “Il colore dei sogni” nella splendida mostra di Enrica Maravalle al Salone Riccadonna di Canelli.

    Una mostra che già dalle prime opere mi ha grandemente e piacevolmente sorpreso. Perché all’ingresso, appena varcato il portone, si viene accolti da tre tele importanti, di stile decisamente informale. Piene di movimento di carattere ritmico, musicale…adocchio un primo titolo: Concerto per coro e orchestra…però! Per me, appassionato anche di musica classica, uno stimolo estetico niente male: qui si parla di musica informale, si fa arte informale, allora! Benissimo – ho pensato.

  E invece no. Perché nel breve corridoio che unisce l’ingresso alla sala espositiva vera e propria, c’è uno stupendo quadro dal titolo La Trottola…completamente diverso dai tre precedenti, di un appassionante figurativismo astratto, che mi ha portato alla mente due grandissimi come Cezanne e Gauguin – e scusate se è poco – ma l’opera di Enrica è estremamente personale. Infatti mi ha poi spiegato, più tardi, mentre si usciva dal Salone, che nel suo pensiero artistico l’idea della trottola, circondata da bambini, che sono il futuro, è simbolo del ciclo vitale, fatto di movimento, che poi lentamente rallenta fino a spegnersi, per poi riprendere con gioia quando si fa ripartire quel moto. Confesso che a guardare quell’opera, a me  è anche venuto alla mente, visto l’amore per la musica così evidente, il balletto Petruška di Igor Stravinsky. Insomma, Pensate che non ero neppure ancora entrato nella grande sala con la mostra e già ero pieno di meraviglia!

Poi, la sensazione che ho avuto, entrando nella grande sala, dopo aver salutato con grande e sincera cordialità l’Artista, è stata quella di entrare in un ambiente pieno di genuina gioia: la gioia del colore più acceso, dove le opere si susseguono in quella che ho percepito come una vera e propria Klangfarbenmelodie, ovvero Melodia di timbri, che così definiva, felicemente, Schönberg, le sue splendide opere atonali. Si: mi accorgo di leggere, nell’insieme delle tele esposte – che vanno dall’astrattismo al ritratto, che esplorano giocattoli e giochi d’infanzia accanto a paesaggi che ti attirano magneticamente dentro l’opera – una luminosa partitura musicale, che cattura e trascina senza tregua in una appassionante vertigine. Fantastico.

Poi, nell’aggirarmi, lentamente, fra le opere, ne ho ammirate diverse che mi hanno colpito per il loro profondo legame con il mondo dell’infanzia, come la trottola iniziale. Come potete osservare nella foto sotto, ecco un tavolino con sopra un cavalluccio a pedali. Che non è un’opera di Enrica, ma un vero oggetto vintage della sua collezione privata. Ma sopra tutto questo, ecco la trasfigurazione, ovvero la trasformazione che l’arte fa di quell’oggetto, già di suo antico e bello, in una vera opera d’arte, in una complessa immagine piena di colore e di futuro.

Certo, non in tutte le opere c’è gioia, ci mancherebbe. Nessuna realtà artistica – e anche umana – può esplicitarsi unicamente in senso positivo, ché troppo dolore e troppa infelicità albergano nel mondo degli umani. E allora ecco, ad esempio, un quadro materico, dove Enrica Maravalle ha sovrapposto, alla sua pittura ad olio, dove vediamo un cielo bellissimo ma anche inquietante, che è anche speranza e luce, ed un mare che è sì in parte chiaro e accogliente, ma anche oscuro, cupo per morte e per dolore, dei veri guanti di gomma, con rosse strisce di sangue… – memento di chi muore, ma anche di chi salva, di chi aiuta, di chi vede soffrire…ma che rappresentano anche lo stesso dolore del mare e della plastica con la quale continuiamo ad avvelenarlo. Il titolo? Semplice: Mediterraneo. Questo Mare Nostrum così pieno di bellezza, ma anche di sofferenza e di contraddizioni.

E poi, la presenza femminile, nel mondo artistico di Enrica Maravalle, così intensa, così importante. E molte delle donne ritratte sono donne senza gioia, anzi, portatrici di un grande senso di tristezza.  Come di fronte al quadro dal titolo Perché? Come potete vedere, sotto, si tratta di un volto di donna, un volto dagli occhi sbarrati, la bocca che esprime un’infinita tristezza…i colori, infine, estremamente variegati, che, sia nei particolari di ombre ambigue, sia nel suo insieme, mi hanno dato l’idea di lividi…lividi nel corpo e lividi nell’anima. Ma – e questo è proprio il valore aggiunto e impagabile della conversazione – Enrica Maravalle ci ha narrato una piccola, straziante vicenda…Sapete – ci ha detto – un giorno alla mostra c’era una donna, che è rimasta a lungo, ma davvero a lungo, ad osservare proprio questo quadro…io mi stavo quasi preoccupando, che non si sentisse bene…mi sono avvicinata, ho visto il suo viso, ho visto che stava lentamente ed in silenzio, piangendo. Una narrazione di struggente bellezza, e anche noi eravamo come sospesi in una vicenda dove davvero la vita si specchia nell’arte…e forse anche viceversa. 

Un altro quadro che mi ha molto colpito ha uno strano titolo, Le Temps Qui Passe. Visto che è anche l’immagine di copertina del bel catalogo “Opere dal 2019 al 2023”, che Enrica mi ha donato con squisita cortesia, presumo che anche per lei abbia un significato molto particolare. A me ha donato un vero e proprio ventaglio di interpretazioni: un manichino, oggetto fra altri oggetti, compreso lo spietato scorrere del tempo di quell’orologio sulla destra? Oppure una donna che è diventata un manichino, alienata agli oggetti che la circondano? Con quell’abito rosso, così pieno di vita o di voglia di vivere? Allora forse una donna incompiuta, perché le mancano le braccia, che quindi deve ancora crescere per essere sé stessa? Una donna alla ricerca del proprio essere donna?…e così via, in un piccolo turbine interpretativo che mi piace moltissimo aver vissuto, grazie alla creatività di Enrica Maravalle. Forse per nascondere un poco la mia emozione, ho proposto la citazione, a mio avviso pertinente, di una poesia di Jorge Luis Borges, Le cose, che così si conclude: Quante cose, / atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi, / ci servono come taciti schiavi, / senza sguardo, stranamente segrete! / Dureranno più in là del nostro oblio; / non sapranno mai che ce ne siamo andati.

Purtroppo non posso, in questa sede, parlarvi di tutte le opere esposte, salvo scrivere un saggio che sarebbe eccessivo per un articolo di giornale, ma termino il mio ammirato excursus tra le opere di questa mostra dall’azzeccatissimo titolo “Il colore dei sogni” con un’opera davvero particolare, una installazione che ha un impatto visivo forte ed immediato, ma che è di una notevole complessità. Enrica ce l’ha illustrata con paziente sollecitudine, ma anche con una voce vibrante ed appassionata, che molto ci avvolgeva e ci accompagnava decisamente dentro il suo pensiero creativo. Ed è stato davvero emozionante percorrere con la stessa artista il sentiero impervio della sua realizzazione. Ecco, li vedete, nella foto sotto, cinque manichini femminili, un quadro centrale, coloratissimo, gioioso, e due braccia che lo indicano. Il titolo completo dell’Opera è La ricerca della bellezza, ed è un percorso di maturazione, di crescita e quindi di conquista della consapevolezza estetica.

Ecco: la prima figura, senza neppure la testa, i colori freddi, tristi…la seconda la testa ce l’ha, ma senza volto…i colori un poco più caldi, più vivi. Poi l’inquietante figura successiva che non ha la testa, ma porge una maschera… è lo stadio, il simbolo, dell’apparenza, quella formula esistenziale che spesso domina la vita di molti esseri umani. Ma le due figure successive, sulla destra di chi osserva, superano l’apparenza…quella successiva il viso lo ha, formato, i colori sono già molto vivi, ma vive ancora in una sorta di sospensione…lo capiamo dal fatto che non abbia i capelli…infine la figura successiva ha completato la sua evoluzione, è coloratissima dei mille colori della vita piena, ha i capelli e ha le braccia…lontane dal proprio corpo, ma come questo dipinte, che indicano, perentoriamente, il quadro centrale…che finalmente indicano, comprendono, fanno propria, quella bellezza che, con fatica, hanno cercato. Meraviglioso. E quando ce ne andiamo dalla grande Sala che ospita la mostra, e si spengono tutte le luci, ecco che laggiù rimane solo una luce soffusa che illumina solo la zona dell’istallazione, come a ricordarci che la luce del nostro intelletto non deve mai abbandonare la ricerca della bellezza.

PIER CARLO GUGLIELMERO
(Alessandria 24- 29 maggio 2023)

L’impianto strutturale e gli accostamenti cromatici, rendono le opere di Enrica Maravalle inedite nel loro genere, indagano nel sogno e nell’immaginario, sintetizzano componenti figurative in modo tale, da traslitterarle in astrazioni metaforiche.  L’artista riesce con grande perizia e maestria a condensare i sentimenti dell’anima e le essenze di antiche tradizioni, il suo, è un gesto creativo che non corrisponde ad una esternazione arbitraria di emozioni, ma diventa una risposta ad un bisogno interiore consapevole, basato su esperienze sensibili.

Nelle sue opere traspare una narrazione figurale equilibrata in cui i colori e le luci filtrano una realtà ben definita da atmosfere ritmate, da calde cromie, che caratterizzano l’esperienza visiva.

LOREDANA TRESTIN
(Catalogo Mostra “Habitat” - giugno 2021, Milano)

Introdotta dall’utilizzo vivace di colori e forme geometriche, Enrica Maravalle si fa strada tra gli artisti con il suo stile ordinato e preciso. Nata a Roma, fin dalla scuola mostra una propensione spiccata verso il disegno, che la porterà all’insegnamento della stessa materia e ad intraprendere un percorso segnato da numerose esposizioni personali.

La matrice cubista che caratterizza le sue opere viene affiancata dal gusto per il color field, dove il colore si tramuta in sentimento e sensazione, veri protagonisti dell’opera. La sua evoluzione artistica nel corso degli anni è visibile molto chiaramente all’interno dei suoi dipinti, che riescono a dialogare l’uno con l’altro all’interno di un percorso ascendente, che vede l’affermarsi di una tavolozza di colori sempre più ristretta ed essenziale. L’astrattismo è in lei prevalente, ma a tratti Enrica sembra essere ancora molto legata alla tradizione e per questo inserisce figure umane “braquiane”. Nella sua opera “Enigma”, vediamo comparire due figure stanti umane al lato di un tavolo; i loro volumi si fondono con la parete retrostante, le forme sono geometriche, i soggetti sono distinti in linea bidimensionale dai colori scelti accuratamente dall’artista per rimandare ad un concetto di essenzialità pittorica. Questi mondi fantastici e dotati di simbologie si pongono nello spazio con una sicurezza tale da trasportare lo spettatore in una dimensione a metà tra i grandi maestri del passato e il presente. Evidenti sono i riferimenti ad artisti cubisti e costruttivisti nelle forme e fauvisti nel colore, influenze che vengono in questo caso a creare un humus culturale per la nascita di nuove idee.

Enrica Maravalle afferma e contraddice, svela e copre allo stesso tempo, pone in essere situazioni oniriche che lasciano libero spazio all’interpretazione e creano un’interessante intesa tra pubblico e opera. È la prova vivente che lo studio costante delle storie dell’arte possa portare ad una  consapevolezza professionale tale da poter citare i maestri pur portando qualcosa di innovativo.

VALENTINA MAGGIOLO
(Catalogo Mostra “Obsession” - febbraio 2020, Milano)

Il colore che emoziona e riflette la luce del sole

Domani la pittrice Enrica Maravalle inaugura la sua mostra al Riccadonna di Canelli Il colore non solo è gioia per gli occhi, ma qualsiasi segno o forma, anche irrazionale, assuma, induce a fantasticare e a perdersi nei sogni, in quanto colpisce nel più profondo dell’anima con la stessa intensità della poesia. Per questo Enrica Maravalle ha intitolato “L’emozione dei colori”, la sua personale che si inaugurerà domani, alle 17 nel salone Riccadonna, corso Libertà 25 a Canelli.

Enrica dipinge con cognizione di causa, visto che si è diplomata al Liceo Artistico Sant’Orsola di Roma e, in seguito, ha conseguito l’abilitazione all’insegnamento. Il suo percorso artistico si snoda attraverso tappe di ricerca contrassegnate sì da linguaggi stilistici diversi, ma sempre basati sul concetto che l’arte pittorica è soprattutto colore che dà vita alle forme. Queste considerazioni valgono per la tecnica di esecuzione, ma il discorso diventa ancora più interessante quando ci si sofferma sui contenuti e sull’interpretazione delle immagini sulla tela.  A prima vista, ciò che si evidenzia è il sottofondo culturale che ispira il suo lavoro, nel quale spesso si scoprono citazioni letterarie e atmosfere metafisiche. Forzando un po’ la mano, Enrica potrebbe essere annoverata tra i “chiaristi”, dal momento che ogni suo quadro riflette come uno specchio la luce del sole. Ma c’è una piccola differenza che la distingue da pittori come Lilloni, Semenghini o Del Bon: il vigore dei contrasti cromatici, le tinte cariche e corpose, l’assenza dell’aura verista e, infine, la modernità. 

ARMANDO BRIGNOLO
(La Stampa- 20 settembre 2019)

Nella pittura di Enrica Maravalle troviamo una espressione di colori caldi, solari, che avvolgono e portano in un mondo fantastico, ma non privo di sottili simbologie inerenti al mondo che ci circonda. La sua tecnica, talvolta ad ampie sfaccettature quasi geometriche, è pulita, con una stesura nitida, anche se contrastante, è sempre armonica nelle tonalità. Nelle composizioni più astratte si percepisce un andamento musicale, visualizzato da lunghe fluenti pennellate di colore che danno un senso di movimento ritmico, coinvolgente e gioioso. Osservando le sue opere, ci si sente trasportati fuori dalla realtà quotidiana con una sensazione continua di libertà. È una visione della vita emozionante che, complici i colori, aiuta a pensare positivamente al futuro attraverso i ricordi del passato.

OLGA DANOVE
(Prefazione catalogo  “Opere dal 2011 al 2019/L'emozione dei colori” - 2019, Canelli)

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